Tutto quello che è WEB, è 2.0?
Qualche anno fa, agli albori del Web 2.0, nella blogosfera era tutto un pullulare di tentativi più o meno riusciti di definire questo nuovo concetto che sembrava rivoluzionario.
Ci si sforzava di spiegare le differenze tra web 1.0 e web 2.0: il primo rappresentava il vecchio, il secondo il nuovo; il primo era staticità, il secondo dinamismo e partecipazione; il web 1.0 era considerato chiuso, il web 2.0 più democratico e aperto.

In sostanza si apprezzava l’entrata in gioco della dimensione sociale, della condivisione dei contenuti online. Una novità assoluta che trasformava il navigatore non più in utente passivo ma anche e soprattutto in creatore attivo di argomenti personali.
Il boom delle reti sociali e dei blog è stata la naturale conseguenza di questo cambio di rotta.
Col tempo il concetto di web 2.0 si è rarefatto, si è logorato con l’uso, ha assunto dimensioni più ampie e, non di rado, poco pertinenti. Di conseguenza quella che era l’idea del web 2.0 soltanto due o tre anni fa non la è più adesso.
Il web si è evoluto sull’ondata dell’innovazione che le nuove applicazioni e i nuovi servizi hanno fornito. Si potrebbe dire che ormai quasi tutto il web è 2.0 o che presenta caratteristiche specifiche del web 2.0. Ma non tutto è 2.0 quel che è il web…
Basterebbe accedere a Waybakmachine, salire sulla macchina del tempo di internet per capire come il cambiamento è avvenuto anche da un punto di vista grafico.
Se è vero che molti siti sono nati già 2.0, blog e social network in particolare, molti altri si sono adeguati alle nuove tendenze ed è stato un proliferare di bottoni sociali, di icone per la condivisione, di widget per promuovere la propria presenza in rete, fino a giungere al lifestreaming, ossia alla opportunità di condividere la nostra vita stessa, la nostra presenza online, le nostre opinioni in rete nel momento stesso in cui le stiamo vivendo, magari tramite un telefonino cellulare.
Che costa stiamo facendo? Cosa stiamo scrivendo? Cosa stiamo guardando? Dove siamo? E’ tutto lì, se vogliamo lo mettiamo nel web con gli strumenti appositi e di successo che ci consentono di farlo con semplicità ed immediatezza in un flusso di informazioni senza soluzione di continuità.
Persino alcuni siti per sua natura statica come quelli aziendali nati per promuovere un prodotto e per vederlo, solitamente sviluppati in Flash, si sono adeguati alla tendenza. Le ditte avvedute, accanto al sito ufficiale, forniscono il blog dove gli utenti, gli acquirenti possono scambiare opinioni, esaltare o criticare i prodotti commercializzati. Alcune si pubblicizzano attraverso Twitter o altri servizi di microblogging.
Anche il mondo dell’editoria online, lentamente e a fatica, ha dovuto subire il fascino del web 2.0. Ma proprio qui, a mio avviso, si è verificato l’uso improprio dei suoi strumenti.
I principali quotidiani web, incluso quelli sportivi, hanno modificato la loro grafica includendo nuovi strumenti di condivisione: i blog dei giornalisti di punta, i bottoni per il social bookmarking, alcuni persino la possibilità di lasciare commenti.
L’informazione tradizionale, tuttavia, al di là di una mera operazione di facciata rimane per sua natura ancora “tradizionale”, appunto. Le testate online, che fino a ieri e ancor oggi considerano la blogosfera un autentico fastidio, continuano a calare contenuti dall’alto. Il massimo contributo del lettore è partecipare a un sondaggio ec’è la diffusa tendenza a non linkare le fonti, soprattutto se provengono dai blog.
L’editoria istituzionale non è ancora sociale, dunque, e proprio per questo sono nati in risposta siti di giornalismo partecipativo generati dal basso.
Fortunatamente esistono anche casi inversi ed abbiamo assistito a come alcuni bravi blogger si sono trasformati in giornalisti apportando la loro esperienza nel mondo dell’informazione. Abbiamo anche visto come alcuni giornali online più all’avanguardia di altri abbiano usufruito dell’esperienza dei blogger per generare nuovi contenuti.
Lo stesso dicasi per la politica. I blog dei politici sono di fatto gestiti dai loro portaborse, sono siti di facciata. Rappresentano spesso solo un modo per farsi pubblicità e diventano al bisogno strumento di mera propaganda elettorale, raramente c’è un intervento del diretto interessato. Idem per gli account auto promozionali che si trovano in FaceBook o per i tentavi di comunicazione video tramite YouTube che assomigliano tanto agli annunci ufficiali e monolitici di un broadcast privato unidirezionale. Il fine giustifica il mezzo, come si suol dire.
In conclusione, senza la pretesa che questa mia disquisizione personale e piuttosto superficiale sia condivisa, posso affermare che internet ha dovuto adeguarsi ed in certi casi addirittura “subire” la spinta del web 2.0, che il web è ormai quasi del tutto 2.0 e che quindi il web 2.0 per come siamo stati abituati a conoscerlo, paradossalmente, non esiste nemmeno più.
Dal magazine di Marzo 2009













Ottimo articolo grazie!
Bella riflessione alberto!